Maze Runner – Il labirinto

Maze Runner – Il labirinto

Titolo originale:
The Maze Runner

Lingua originale: inglese
Paese: USA
Anno: 2014
Durata: 114 min
Regia: Wes Ball
Sceneggiatura: James Dashner, Noah Oppenheim, T.S. Nowlin, Grant Pierce Myers
Casa di prod.: 20th Century Fox, Gotham Group
Distrib. (Italia): 20th Century Fox

Interpreti e personaggi

Dylan O’Brien: Thomas
Kaya Scodelario: Teresa
Will Poulter: Gally
Thomas Brodie-Sangster: Newt
Patricia Clarkson: Ava Paige
Ki Hong Lee: Minho

 

Aml Ameen: Alby
Don McManus: Uomo mascherato
Joe Adler: Zart
Blake Cooper: Chuck
Jacob Latimore: Jeff

di Gabriele Manenti

La vicenda si svolge in un quadratino d’erba con qualche alberello al centro di un enorme labirinto con pareti enormi e antiche come il tempo stesso; al suo interno vi è un piccolo villaggio di ragazzi che vivono da soli alla mercè della natura in maniera autonoma, o quasi. A intervalli non bene definiti una specie di ascensore, effettivamente un montacarichi, situato nel campo manda loro dei rifornimenti, e ogni tanto trasporta un ragazzo sedato che si aggiunge alla comunità.

Oltre alle semplici mansioni di sussistenza per il villaggio vi è una stretta cerchia di ragazzi denominati Corridori che hanno il compito di mappare il labirinto durante la giornata prima che alla sera esso si chiuda e cambi aspetto, nella speranza di trovare una via di uscita. Ovviamente un giorno la scatola trasporta un ragazzo che stravolgerà l’ordine costituito.
A mio avviso uno dei film più ammiccanti a successi o meno degli ultimi anni, vittima di un filone troppo osteggiato dalle major che tentano, invano a mio modesto parere, di competere con le avventure di Katniss e company narrate da Susan Collins nei suoi best seller. Maze Runner è un becero mix di storie e situazioni già viste, futuro distopico con l’intera umanità distrutta o asservita a non si sa bene quale forza, ragazzi che da piccoli guerrieri crescono prima del tempo, mostri fighissimi alla Doom, insomma un “Il Signore delle Mosche” a cui manca la sua profondità, una sceneggiatura che ostenta un malinconico senso di abbandono alla Lost e una fortissima influenza di “The Village” di Shyamalan dove lo status quo è preferito per immobilismo e assoluta sopraffazione dei ragazzi al male invisibile, ragazzi che preferiscono crearsi un paradiso in cui rifugiarsi e nascondersi dai pericoli che il labirinto cela. Buona la fotografia, il villaggio, il labirinto e le sue pareti rese così antiche, il senso di onnipotenza che il labirinto stesso suggerisce sono le uniche note positive di questa pellicola che lentamente e con pochissimi guizzi porta ad un epilogo che non svela nulla se non porre altri inutili quesiti; non può competere con l’osannato Hunger Games, e persino Divergent risulta un prodotto migliore. •

pubblicato su Fantazone n° 30 – marzo 2015

Wonder Woman, film

Wonder Woman, film

Titolo originale: Wonder Woman

Lingua originale: inglese
Paese: USA
Anno: 2017
Durata: 141 min
Regia: Patty Jenkins
Sceneggiatura: Allan Heinberg
Produttore: Zack Snyder, Deborah Snyder, Richard Suckle, Charles Roven
Casa di prod.: Warner Bros. Pictures, Cruel and Unusual Films, DC Entertainment, Dune Entertainment, Atlas Entertainment, Tencent Pictures, Wanda Pictures
Distrib. (Italia): Warner Bros. Pictures

Interpreti e personaggi

Gal Gadot: Diana Prince / Wonder Woman
Chris Pine: Steve Trevor
Robin Wright: Generale Antiope
David Thewlis: Ares / Sir Patrick Morgan
Danny Huston: Gen. Erich Ludendorff
Elena Anaya: Isabel Maru / Dottor Poison

 

Connie Nielsen: Regina Ippolita
Lucy Davis: Etta Candy
Saïd Taghmaoui: Sameer
Ewen Bremner: Charlie
Eugene Brave Rock: Il Capo
Lisa Loven Kongsli: Menalippe

di Tiziana Privitera

Il primo giudizio che mi viene in mente pensando a Wonder Woman è che è un bel film, che supera egregiamente il debutto cinematografico di questa supereroina targata DC. Chi, come me, è però cresciuto con l’icona Lynda Carter e si appresta a vedere questa Wonder Woman deve assolutamente scindere le due incarnazioni, altrimenti si corre il rischio di non “comprendere” il personaggio cinematografico e di non riuscire ad apprezzarne la storia.
Nel contesto del film infatti la Wonder Woman che tutti noi probabilmente abbiamo in mente è ancora in via di formazione (del resto veniva presentata così nella prima stagione della serie televisiva che qui in Italia è rimasta inedita fino al 2012 offuscando in pratica la genesi del personaggio); il suo nome da supereroina infatti non viene pronunciato neppure una volta ed anche il costume non è quello “a stelle e strisce” da sempre associato alla bandiera americana.
Detto questo il film è un misto di ironia e potenza visiva che ben si equilibrano. Diana alla scoperta del mondo al di fuori della sua isola ed i tentativi di adattarsi alla vita dei comuni mortali sono a tratti esilaranti, così come di sicuro impatto scenico sono le scene di lotta, dagli allenamenti delle amazzoni, alle battaglie contro le truppe naziste, fino allo scontro titanico con Ares (che magari scegliere un attore un po’ più cazzuto e meno stile nonno per poi vestirlo con un’armatura che neanche i Cavalieri dello Zodiaco, forse avrebbe giovato, ma va bè…).
E poi c’è lei! Gal Gadot è assolutamente perfetta, magistrale in qualsiasi scena, dialogo, o combattimento; assolutamente credibile sia come Diana Prince, sia come Wonder Woman. Anche il generalmente sciupafemmine Chris Pine se la cava bene come spalla della supereroina ed è anche per questo ribaltamento dei ruoli maschio/femmina, per altro con un’alchimia ben riuscita e mai artificiosa, che il film regge.
In conclusione Wonder Woman è un bel film, da vedere e che fa ben sperare per futuri sequel e/o apparizioni della nostra supereroina nel mondo della, per ora in effetti un po’ maschilista, DC Comics cinematografica. •

pubblicato su Fantazone n° 36 – agosto 2017

L’ultima spiaggia

L’ultima spiaggia

Titolo originale:
On the beach

Lingua originale: inglese

1° ed ORIGINALE.: 1957

1° ed. ITALIANA : 1959

Autore: Nevil Shute

Editore IT: Sugar Editore

di Siro Sanvito

Se alla maggioranza degli appassionati di fantascienza legati a questo genere si dovesse chiedere quale autore è responsabile di questa scelta risponderebbe Asimov, Heinlein, Dick, Verne o qualcun altro che mi sfugge. Il sottoscritto all’età di 12 anni si è appassionato al genere leggendo “L’Ultima spiaggia” romanzo di Nevil Shute scritto nell’ormai lontano  1957, la prima edizione italiana è del 1959. Vabbè la maggioranza non saprà neanche di cosa sto parlando ma vi assicuro che uscendo dal mondo di Sandokan e le sue tigri leggere questo libro è stata una folgorazione.

La terza guerra mondiale ha devastato l’emisfero settentrionale del pianeta. La guerra è stata scatenata dalle piccole potenze atomiche (Albania ed Egitto) che hanno provocato la reazione delle superpotenze. Gli ultimi sopravvissuti sono confinati nell’emisfero australe, in Argentina, Cile, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, ma il tempo loro rimasto è breve. Il fallout radioattivo sta lentamente scendendo da nord, uccidendo qualsiasi essere vivente, in breve tempo la Terra sarà deserta.
Il governo ha distribuito delle pillole agli abitanti per affrettare la morte quando le sofferenze da radiazioni diventano insopportabili. Un’atmosfera di rassegnazione regna sugli ultimi mesi dell’umanità. Una dopo l’altra le città australiane soccombono alla nube radioattiva e le persone cercano di passare questo periodo come se tutto fosse normale.
Il Tenente Holmes della Regia Marina Australiana ben conscio della fine vicina tenta in tutti i modi di passare il poco tempo rimasto vicino alla moglie e alla figlia, partecipando al “Gran Premio d’Australia” con una Ferrari rossa fiammante dove tutti i concorrenti corrono letteralmente incontro alla morte, preferendo questa fine a quella fra atroci sofferenze dovute all’inquinamento da radiazioni.
I tentativi di normalità sono però vani quando gli viene ordinato di salpare assieme al capitano Dwight Towers, comandante a bordo sottomarino americano Scorpion, rifugiatosi nel porto di Melbourne dopo la fine della guerra.
Sono inviati in missione negli Stati Uniti da dove proviene un misterioso segnale, che farebbe pensare ad alcuni sopravvissuti. Towers è legato a una giovane donna, Moira Davidson, con cui vivrà una breve ma platonica storia d’amore, rimanendo fedele alla moglie e alla famiglia perduta in America.
La missione è fallimentare, negli Stati Uniti nessuno è rimasto in vita, il misterioso segnale è automatico, Holmes e Tower tornano a Melbourne dove le persone iniziano a soffrire per le radiazioni in aumento.
Towers decide di portare il suo sottomarino fuori delle acque territoriali australiane per affondare con il suo equipaggio, Holmes attenderà la fine accanto alla sua famiglia. Moira Davidson vedrà sparire il sottomarino all’orizzonte dopo di che deciderà di prendere la usa pillola e di morire con un ultimo sorso di cognac.

In questo riassunto del romanzo è difficile trasporre il rapporto dolce amaro tra i personaggi che l’autore è riuscito a creare, quel velo di tristezza che ammanta tutto anche quei momenti di serenità creati artificialmente nei vari momenti del libro. Una virgola un accento nel posto giusto e l’autore non fa mai dimenticare al lettore la tragedia di un mondo che sta morendo, impoverendosi di tutte le forme di vita che lo abitano e tutto ciò solo per fame di potere.

Dal romanzo sono stati tratti due film, di cui uno per la tv:
Il primo: L’ultima spiaggia (On the Beach) del 1959 diretto da Stanley Kramer, interpretato da Gregory Peck, Anthony Perkins, Fred Astaire e Ava Gardner.
Il secondo: L’ultima spiaggia (On the Beach) è un film per la TV del 2000 diretto da Russell Mulcahy, remake del film omonimo del 1959 diretto da Stanley Kramer.
Di quest’ultimo, prima di questa ricerca, non conoscevo la sua esistenza, posso scrivervi due righe sul primo di cui ho ancora vividi ricordi; l’atmosfera surreale del romanzo è trasferita sulla pellicola in maniera semplicemente stupenda il finale cambia leggermente ma non per questo rimane meno tragico.
Il film ha ricevuto due candidature ai Premi Oscar 1960 e ha vinto il Golden Globe per la migliore colonna sonora originale.
Nel 1959 il National Board of Review of Motion Pictures l’ha inserito nella lista dei migliori dieci film dell’anno.

pubblicato su Fantazone n° 30 – marzo 2015

The War – Il pianeta delle scimmie

The War – Il pianeta delle scimmie

Titolo originale:
War for the Planet of the Apes

Lingua originale: inglese, ASL
Paese: USA
Anno: 2017
Durata: 140 min
Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Mark Bomback, Matt Reeves
Produttore: Peter Chernin, Dylan Clark, Rick Jaffa, Amanda Silver
Casa di prod.: Chernin Entertainment
Distrib. (Italia): 20th Century Fox

Interpreti e personaggi

Andy Serkis: Cesare
Karin Konoval: Maurice
Amiah Miller: Nova
Woody Harrelson: Col. J. Wesley McCullough
Ty Olsson: Red

 

Gabriel Chavarria: predicatore
Steve Zahn: Scimmia cattiva
Judy Greer: Cornelia
Terry Notary: Rocket
Roger R. Cross: capitano

di Pier Giuseppe Fenzi

Che posso dire? Questo film, quasi di sicuro, entrerà nella mia personale cinquina di produzioni più riuscite del 2017.
Credo si possano contare sulle dita di una mano i casi in cui il secondo sequel a un film di successo è, in realtà, il migliore della trilogia: WAR è l’apoteosi qualitativa di un trittico di pellicole che non hanno fatto altro che crescere e migliorarsi, anno dopo anno.
E non è solo questione di tecnologia che, si sa, evolve a una velocità spaventosa, consentendo oggi cose che, solo pochissimi anni fa, parevano impossibili; in questo caso c’è stata una crescita generale, soprattutto dal punto di vista delle sceneggiature e delle regie, che hanno trasformato una saga fantascientifico/spettacolare in qualcosa di assai più profondo, una meticolosa allegoria sociale e politica, ben al di là della mera trama fantastica che, pur non scevra a suo tempo di elementi metaforici e messaggi tutt’altro che banali, aveva reso celebre la saga fantastica inaugurata nel 1968 dal lungometraggio di Franklin Schnaffer, un evergreen intramontabile (cui, anche in questo caso, si strizza spesso l’occhio, con citazioni e omaggi).
Se il primo film del nuovo ciclo è stato un ottimo inizio, con l’arrivo di Matt Reeves alla regia e sceneggiatura del secondo e terzo capitolo, l’epopea scimmiesca ha immediatamente impennato verso l’alto, culminando in questo apogeo artistico che è un vero film d’autore, e non mero entertainment (comunque presente in più di un frangente).
Un plot felice, personaggi scritti con cura, perfetto equilibrio tra introspezione e azione, dove l’effetto speciale non è solo orpello stilistico, bensì qualcosa di fondamentale, elemento senza il quale il film non potrebbe funzionare. Mai come ora i primati che appaiono sullo schermo sono stati tanto realistici: merito certo dei tecnici che lavorano al computer ma, soprattutto, degli attori che hanno fornito espressioni e movimenti per la performance capture da trasformarsi in animazioni sempre più verosimili.
Il principale attore “umano”, in un ruolo scomodo, è il bravo Woody Harrelson, trasformato per l’occasione in una sorta di riproposta del folle Colonnello Kurtz di CUORE DI TENEBRA (e, di riflesso, di APOCALYPSE NOW), individuo fanatico, ossessionato dalle sue fobie, dunque un villain di spessore. La parte da leone la fanno ovviamente le scimmie, con un Andy Serkis in stato di grazia che, ancora una volta, offre una recitazione strabiliante, conferendo allo scimpanzé Cesare una gamma di espressioni che gli permettono di dare enorme profondità al suo personaggio, interagendo al meglio sia con gli attori in carne e ossa, sia con gli altri, tutti bravissimi, che vengono trasformati dai maghi degli FX in gruppi di primati intelligenti.
Menzione speciale per la piccola Amiah Miller, una giovanissima attrice qui al suo debutto nel ruolo di Nova: bravissima e spontanea, regala sguardi da artista consumata.
La fotografia, curata nuovamente da Michael Seresin, contribuisce ad amalgamare il reale al virtuale in un ensemble privo di qualsivoglia sbavatura: l’estetica del film è la perfetta evoluzione di quella del precedente.
Torna anche un altro nome imprescindibile, quello del compositore Michael Giacchino che, con questa partitura, si prenota per il suo secondo Oscar: la colonna sonora di WAR è uno dei migliori lavori del nostro, tra sonorità ancestrali, ritmi tribali e melodie che amplificano le già grandi emozioni suscitate dalle immagini. La musica, in questo caso, emerge e si fa notare anche da coloro che, normalmente, non vi badano: siamo, per fortuna, distanti anni luce dagli score tutti uguali che ammorbano i film attuali!
A concludere, se già avete amato o semplicemente gradito i due precedenti episodi, straconsiglio questo nuovo viaggio sul Pianeta delle Scimmie. Qualora invece abbiate perso i film che l’hanno preceduto, è necessario recuperarli prima di affrontare la visione di WAR.
Quando il cinema sa ancora essere meraviglioso! •

pubblicato su Fantazone n° 42 – ottobre 2020