Pluribus

Pluribus

Titolo originale:
PLUR1BUS
Paese: Stati Uniti d’America
Anno: 2025 
Stagioni: 1
Episodi: 8
Produttore: Vince Gilligan, Jeff Frost, Diane Mercer, Allyce Ozarski, Rhea Seehorn, Gordon Smith, Alison Tatlock
Casa di produzione: High Bridge Entertainment Bristol Circle Entertainment Sony Pictures Television
Trasmissione ITA: Apple TV

Interpreti e personaggi

 

 

di Gabriele Manenti

Il creatore di Breaking Bad reinventa la Mente Collettiva in stile Star Trek.

Dalle trincee sci-fi anni ’90 alla nuova serie Apple TV+: ecco perché l’autore di Breaking Bad e Better Call Saul ha firmato un’opera che parla al cuore di ogni vero fan di Star Trek.

Se il nome di Vince Gilligan vi evoca subito le atmosfere di Breaking Bad e Better Call Saul, forse vi sfugge un dettaglio fondamentale del suo curriculum: Gilligan ha mosso i suoi primi passi nella TV anni ’90 scrivendo per X-Files e creando lo spin-off The Lone Gunmen. Che il regista e produttore sia un nerd nell’anima non è un segreto, e la saga di Star Trek ha sempre occupato un posto speciale nel suo immaginario.
Non sorprende, quindi, che la sua nuova serie Pluribus (disponibile su Apple TV+) mantenga un’impronta fantascientifica marcata. Ma se Gilligan torna a esplorare l’ignoto, lo fa portando con sé quel suo inconfondibile tono dark-comico, capace di dare nuova linfa a uno dei temi più classici del genere.

Carol Sturka e l’incubo di ogni introverso: sopravvivere all’apocalisse

Al centro della narrazione ritroviamo un volto noto: Rhea Seehorn (Better Call Saul), che interpreta Carol Sturka, un’autrice di romanzi rosa di enorme successo alla Diana Gabaldon. Spigliata e cordiale durante i firmacopie con i fan, Carol rivela la sua vera natura cinica e priva di filtri non appena si chiude la portiera dell’auto.
Mentre la compagna e manager Helen (Miriam Shor) la sprona a terminare il romanzo “serio” a cui lavora da anni, l’intero pianeta si prepara a un cambiamento radicale e irreversibile.

Segnale dallo spazio profondo: quando il primo contatto diventa un virus emotivo

Il pilot di Pluribus si prende tutto il tempo necessario per costruire la sua premessa sci-fi: un misterioso segnale radio interstellare invia all’umanità la formula di un filamento di RNA. Questa sostanza dà vita a una sorta di virus che unisce le menti di ogni essere umano in un’unica coscienza collettiva, una vera e propria “colla psichica”.

Attraverso lo sguardo di astronomi e scienziati smarriti, assistiamo alla rapida trasformazione di un’anomalia spaziale in una silenziosa invasione planetaria.

“La resistenza è inutile”: l’invasione degli Ultracorpi nell’era dei Borg

Immaginate L’invasione degli Ultracorpi, ma con un dettaglio non da poco: quando la protagonista capisce cosa sta succedendo, gli “alieni” hanno già vinto. Anzi, quasi tutti sulla Terra sono ormai parte della mente alveare. Gli unici esclusi? Carol e appena altri 12 individui sparsi per il globo, misteriosamente immuni.

È proprio qui che Gilligan reinventa il concetto di assimilazione alla Borg. Nonostante la “Congiunzione” abbia causato quasi 900 milioni di vittime quando l’atmosfera è stata saturata con l’RNA alieno, la nuova umanità assimilata si presenta felice, gentile e premurosa. Il loro unico obiettivo sembra essere rendere felici Carol e i pochissimi immuni.
Una dinamica grottesca esplicitata da una scena memorabile: il Sottosegretario all’Agricoltura statunitense che attende in diretta su C-SPAN che Carol lo chiami al telefono, solo perché era “il più vicino, illeso e con un abito formale”.

Il Risveglio dei Klingon in “Vox in Excelso”

Il Risveglio dei Klingon in “Vox in Excelso”

di Gabriele Manenti

Il quarto episodio della nuova serie trasforma il trauma di Jay-Den in una potente riflessione su identità e autodeterminazione.

L’episodio 4 di Star Trek: Starfleet Academy, intitolato “Vox in Excelso”, accende i riflettori sul cadetto klingon Jay-Den Kraag (Karim Diane), regalandoci un’ora di televisione che recupera l’essenza intellettuale e filosofica dei migliori capitoli del franchise. In una galassia post-Grande Fuoco (The Burn), dove l’Impero Klingon è ormai un ricordo frammentato, la sopravvivenza di una specie orgogliosa diventa il terreno di scontro per un dibattito etico fondamentale.
Sicuramente il miglior momento di Starfleet Academy.

Un Klingon fuori dal comune in una galassia in frantumi

Jay-Den Kraag è sempre stato un “pesce fuor d’acqua”: intellettuale, riflessivo e poco incline alla violenza ma la sua diversità non è solo caratteriale, dopo un catastrofico incidente che ha coinvolto gli ultimi grandi Casati, i Klingon sono sull’orlo dell’estinzione, ridotti a profughi dispersi. La performance di Karim Diane in questo episodio è una rivelazione. Finora rimasto in ombra, l’attore riesce a trasmettere con sfumature incredibili il peso di un uomo che crede di aver perso tutta la sua famiglia e che deve rappresentare una cultura che lo ha sempre guardato con sospetto.

l “Gancio”: Un dibattito che scuote l’Accademia

Il cuore dell’episodio ruota attorno ad una molto americana gara di dibattito:
quale futuro per l’Impero Klingon?”
La Federazione dovrebbe offrire un nuovo pianeta per salvare la specie, o restare in disparte rispettando il diritto klingon all’autodeterminazione? Mentre Jay-Den lotta con attacchi di panico e il trauma del passato, il confronto con Caleb Mir (Sandro Rosta) diventa acceso. La tensione è palpabile: la Federazione smette di essere tale se impone la propria “salvezza” a chi non la desidera?

Segreti di famiglia: il passato di Jay-Den

Attraverso una serie di flashback, scopriamo il legame tra Jay-Den e suo fratello Thar. A differenza del padre guerriero e tradizionale, Thar aveva compreso il destino del fratello: “Tu sei abbastanza… Fidati delle stelle”. Il trauma dell’abbandono da parte della famiglia, convinta che il desiderio di Jay-Den di unirsi alla Flotta Stellare fosse un insulto all’onore del Casato, emerge come la ferita aperta che impedisce al cadetto di trovare la sua “voce”.

Il culmine dell’episodio potrebbe essere sintetizzato con le parole “onore e diplomazia”, grazie all’intuizione di Jay-Den la Flotta Stellare e la flotta klingon hanno un piccolo scontro spaziale con un epilogo che è un vero capolavoro politico e strategico.

“Vox in Excelso” è Star Trek allo stato puro

Oltre all’azione e agli effetti visivi spettacolari dello scontro tra la Athena e le navi klingon, l’episodio brilla per la sua densità tematica. La discussione sul diritto all’identità in un mondo post-crisi parla direttamente al pubblico moderno.
Il rapporto tra Jay-Den e Caleb, che passa dalla rivalità a una profonda riconciliazione dimostra come l’Accademia stia riuscendo a costruire legami che superano secoli di pregiudizi.

fonte. Trekcore

Predator: Badlands

Predator: Badlands

Titolo originale:
Predator: Badlands
Paese: Stati Uniti d’America
REGIA Dan Trachtenberg
Anno: 2025
Produttore: 20th Century Studios
Casa di produzione: The Walt Disney Company

Interpreti e personaggi

Elle Fanning
Dimitrius Schuster-Koloamatangi
Reuben De Jong
Mike Homik
Stefan Grube
Rohinal Nayaran

 

Cameron Brown
Alison Wright
Matt and Ross Duffer

di Gabriele Manenti

Il cacciatore diventa protagonista

Con Predator: Badlands, il regista Dan Trachtenberg torna per la terza volta a esplorare il mondo degli Yautja, i leggendari cacciatori intergalattici,
ma questa volta lo fa da un punto di vista inedito: quello del Predator stesso.
Dopo Prey e Predator: Killer of Killers, distribuiti solo su Hulu, la saga torna finalmente sul grande schermo
con un’idea ambiziosa e sorprendentemente riuscita.

Il film segue Dek, un giovane Yautja esiliato dal proprio clan e costretto a sopravvivere su un pianeta ostile per dimostrare il suo valore.
È un classico racconto di formazione, ma filtrato attraverso lo sguardo di un alieno che lotta per trovare il proprio posto nel mondo,
in questo caso, nella galassia.

Trachtenberg usa questa struttura semplice per raccontare una storia universale di crescita, fratellanza e identità,
aggiungendo profondità emotiva a un franchise spesso dominato da sangue e caccia,
dimostrando la sua abilità nel costruire film essenziali ma curati.
Ogni scena è pensata con precisione, coerenza e piccoli dettagli, è cinema “da manuale”, semplice ma efficace,

Accanto a Dek troviamo Thia, un androide della Weyland-Yutani interpretato da Elle Fanning.
La sua ingenuità e bontà “programmata” si trasformano gradualmente in forza e determinazione, creando una coppia insolita ma affiatata.
Il rapporto tra i due è tenero e ironico, un tono decisamente nuovo per la saga.

Pur essendo il primo film PG-13 della saga, Badlands non rinuncia alla tensione e ai combattimenti brutali.
Le scene d’azione alternano ingegno e ferocia, con Dek che sfrutta l’ambiente per sopraffare creature aliene in modi sempre diversi.
Il pianeta stesso, popolato da flora e fauna letali, è uno spettacolo visivo affascinante,
anche se non sempre all’altezza dei modelli più ambiziosi come Avatar.

Un Predator diverso, ma fedele alle origini

Trachtenberg e gli sceneggiatori Patrick Aison e Brian Duffield tratteggiano Dek come un guerriero impetuoso ma vulnerabile,
desideroso di dimostrare il proprio valore e al tempo stesso incerto sul proprio posto nella cultura Yautja.
L’attore Dimitrius Schuster-Koloamatangi offre una performance sorprendentemente sfumata, rendendo Dek un personaggio credibile,
feroce ma umano.

Il film cita apertamente Prey e arricchisce la mitologia con nuovi elementi, come il Codice Yautja, le regole sacre che guidano i cacciatori.

Dan Trachtenberg porta la saga in una direzione più narrativa ed emotiva senza tradirne le radici,
ok non vediamo colonne vertrebali strappate e crani appesi old school ma con intelligebza
e cura va molto vicino ai sapori dell’ originale tracciando, forse, una nuova direzione al franchise.

Alien: Earth

Alien: Earth

Titolo originale:
Alien: Earth
Paese: Stati Uniti d’America
Anno: 2025 – in corso
Stagioni: 1
Episodi: 8
Produttore: Christine Lavaf, Chris Lowenstein, Darin McLeod, Kristy Reed
Casa di produzione: 26 Keys Productions, Scott Free Productions, FX Productions
Trasmissione ITA: Disney+

Interpreti e personaggi

Sydney Chandler: Wendy / Marcy Hermit
Alex Lawther: Joe Hermit
Timothy Olyphant: Kirsh
Adrian Edmondson: Atom Eins
Essie Davis: Dame Sylvia
Samuel Blenkin: Boy Kavalier

 

Babou Ceesay: Kumi Morrow
Adarsh Gourav: Slightly / Aarush Singh
Erana James: Curly
Lily Newmark: Nibs
Jonathan Ajayi: Smee
David Rysdahl: Arthur Sylvia
Diêm Camille: Siberian
Moe Bar-El: Benjamin Rashidi
Kit Young: Tootles / Isaac

di Gabriele Manenti

Una saga dove la “coerenza” è un’illusione.
Alien: Earth è una serie prequel ambientata nel 2120, due anni prima del primo film. La Terra è dominata da corporazioni in lotta per il controllo di nuove tecnologie e forme di vita. La protagonista è Wendy, un ibrido tra umano e sintetico, che si ritrova coinvolta dopo lo schianto di una nave Weyland-Yutani contenente misteriose creature aliene. La trama ruota intorno allo scontro tra ambizione scientifica, interessi corporativi e la minaccia rappresentata dagli xenomorfi, mentre Wendy affronta il dilemma della propria identità e del ruolo dell’umanità di fronte a queste forze.
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Chi segue da anni Alien lo sa bene: la timeline è un labirinto, dal debutto del capolavoro di Ridley Scott fino agli esperimenti di Prometheus e Covenant, la saga ha più volte riscritto sé stessa e con Alien: Earth, i fan si sono di nuovo divisi: c’è chi contesta l’ennesima “riscrittura” del mito degli Xenomorfi.
Ma ha davvero senso indignarsi? La continuity non è mai stata il cuore del franchise la timeline confusa è un problema che c’è sempre stato,
anzi è diventata la norma. Alien era ambientato nel 2122, con la Nostromo ignara dell’esistenza degli Xenomorfi.
Ma già Prometheus (2093) e Covenant (2104) hanno anticipato eventi che sembrano contraddire il film originale ma
con Alien: Earth, la situazione si complica: inizialmente si parlava di un’ambientazione “prima di Prometheus”.
poi lo showrunner della serie, Noah Hawley, ha indicato il 2179, epoca di Aliens per intenderci, e in realtà  la storia si colloca nel 2120,
appena due anni prima del film del ’79.
Cronologia portami via.

L’approccio di Hawley: meno fedeltà, più libertà creativa

“Noi pensiamo che Alien abbia una mitologia ricchissima, ma in realtà nei sette film c’è sorprendentemente poco di codificato” ha dichiarato Hawley.
L’obiettivo non è “riparare” la timeline, ma sperimentare. E questo manda in tilt le enciclopedie online dei fan, abituati a incasellare ogni dettaglio nella categoria del “canon”.
La domanda centrale è semplice: conta davvero la fedeltà assoluta, se la storia funziona?
La saga di Alien è sempre stata più un terreno di sperimentazione artistica che una mitologia da manuale.
Cameron trasformò l’horror claustrofobico di Scott in un action bellico.
Fincher osò con l’ambientazione cupa di Alien³.
Jean-Pierre Jeunet portò il franchise su territori visionari in Resurrection.
Alla fine nessuno ha mai seguito davvero una linea coerente, eppure ogni film ha aggiunto un tassello.

Qusta serie va oltre la tradizione e abbiamo le novità più sorprendenti:
Xenomorfi a quattro zampe davvero inquietanti sullo schermo,  ne vediamo un nuovo stadio del ciclo vitale
e abbiamo un ibrido synth capace di percepirli.
Una svolta narrativa che amplia le possibilità senza tradirne lo spirito, queste invenzioni non sono incoerenti: sono evoluzioni visive e tematiche, che mantengono viva la tensione e il fascino della saga.
La vera protagonista è l’evoluzione e non le regole.

Alla fine, ciò che ha reso Alien un classico è la capacità di reinventarsi.
Dalla maternità disturbante della Regina fino alle ossessioni dei synth, ogni generazione di registi ha usato lo Xenomorfo come metafora diversa.
Alien: Earth fa lo stesso: non si preoccupa di “preparare” la strada al film del ’79, ma racconta una storia autonoma, inquietante e visivamente potente.

La storia funziona, il resto non conta, forse.

Alien: Romulus

Alien: Romulus

Titolo originale:
Alien: Romulus

Lingua originale: inglese, ASL
Paese: USA
Anno: 2024
Regia: Fede Álvarez
Sceneggiatura: Fede Álvarez, Rodo Sayagues
Produttore: Ridley Scott, Michael Pruss, Walter Hill
Casa di produzione: 20th Century Studios,

Interpreti e personaggi

Cailee Spaeny: Rain Carradine
David Jonsson: Andy
Archie Renaux: Tyler
Isabela Merced: Kay

 

Spike Fearn: Bjorn
Aileen Wu: Navarro
Trevor Newlin: Xenomorfo
Robert Bobroczkyi: Offspring

di Gabriele Manenti

Ambientato tra il primo e il secondo capitolo della saga questa pellicola che rimane a se stante e non sarà la prima di molte a detta dei produttori, ma ” mai dire mai” è un concentrato di citazioni e rimandi che sono tutt’altro che forzati ma piacevolmente ben inseriti.

La protagonista Rain parte insieme a un gruppetto di amici per il recupero di un relitto fluttuante nello spazio, ma per loro sfortuna proprio quel vascello tempo addietro recupera nello spazio circostante la Nostromo, si quella nave… un bozzolo fluttuante che conteneva uno xenomorfo.

Potete immaginare come continui la storia però il regista riesce a gestirla dando ampio respiro al rapporto tra i protagonisti e il loro desiderio di sfuggire ad una realtà asfissiante e cupa fatta di lavoro e stenti, il tutto rappresentato da atmosfere all Gigger,
chiariscuri e tenebre che nascondo tutto e fanno esaltare le luci ei colori saturi della pellicola in maniera quasi alienante,
rappresentando un tipo di fantascienza già conosciuta, vedi Atmosfera Zero su tutti, che non risulta stucchevole ma accomodante.

La voglia di riscatto e di ribellione allo status quo è il classico canovaccio che da il via alla storia, che pur non essendo originale diverte e non annoia e solo sul relitto si svela aumentandone il ritmo.

Le dinamiche e la fotografia sul vascello sono quelle che fanno da firma al franchise, ombre, sagome e colpi di scena con
sistemi di condotti d’aria, manganelli stordenti, sensori di movimento, un sintetico morto, dei lanciafiamme e una buona dose di “splatter computer graphic” ed effetti old school un chiaro omaggio alla pellicola originale di Ridley Scott.

Quindi?

Ci sono gli xenomorfi, un equipaggio da fare a pezzi, la Nostromo, la “Corporation” e una eroina cazzuta, direi che la ricetta nella sua semplicità è riuscita facendomi venir voglia di un rewatch della saga!
Ovviamente escludo i Prometeus e il suoi sequel, troppo distanti a mio parere dal vero dna del franchise.