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racconti
Eris Varek  on the Rock
 

  Uscita dal turbo ascensore e percorso un tratto del lungo corridoio il cadetto Eris Varek si fermò ad uno dei pannelli di controllo disposti lungo la sua via. Utilizzò l’interfaccia tattile per farsi indicare dal computer la via da seguire; la mezzosangue vulcaniana aveva notato che agli umani piaceva “parlare” con il computer di bordo per interrogarlo su qualsiasi cosa o dargli degli ordini, ma Varek aveva sempre trovato buffo rivolgersi verbalmente ad una “cosa”.

Trovata la via si incamminò verso la meta scrutando l’ambiente nuovo in cui  si trovava.

La U.S.S. Avalon, nave di classe Sovereing, in orbita stabile attorno alla Terra, sarebbe partita entro due giorni per la sua nuova missione esplorativa. Della nave e del suo equipaggio il cadetto non sapeva nulla, l’ammiraglio Janeway, che l’aveva presentata per il posto vacante in astrometria, le aveva ordinato di non prendere alcuna informazione a riguardo e così aveva fatto; poiché nessuno sembrava sapere niente o addirittura non aveva mai sentito nominare la Avalon, Varek sospettava che la donna le stesse giocando un tiro mancino, ma se così era, probabilmente era a fin di bene.

  Da circa tre ore era entrato in servizio il turno di notte e la giovane aveva deciso di perlustrare l’astronave proprio allora, quando era meno affollata.

I corridoi grigi e silenziosi erano poco illuminati, della nave era attivo solo il supporto vitale, del resto alla sua attivazione completa e alla partenza mancavano ancora parecchie ore e inoltre tutte le revisioni e i test di funzionamento erano già stati completati; dunque era più che logico non sprecare energia inutilmente.

Il cadetto approvava la politica del risparmio, ma la penombra non le piaceva, la sua parte vulcaniana gradiva la forte luce solare tipica del pianeta Vulcano su cui era cresciuta.

  Varek lungo la sua via non incontrò nessuno e, benché fosse il turno di notte, le parve curioso. La nave non era solo poco affollata, era deserta.

La giovane si fermò davanti alla porta del bar di prora, se voleva incontrare subito qualcuno dell’equipaggio per sapere al più presto qualcosa riguardo la nave, quello era sicuramente il posto giusto.

  Quando le porte (particolare curioso) in legno, con vetri verdi e gialli decorati con motivi vegetali dal sapore chiaramente irlandese, non si aprirono automaticamente scorrendo di lato con il consueto sibilo sordo, la ragazza rimase immobile osservando e pensando. Notando dopo un istante i cardini agli stipiti Varek capì e spinse entrambe le ante facendo il suo ingresso nel locale.

  Varek ebbe di nuovo una strana sensazione di vuoto, come se mancasse qualcosa al quadro generale e che non era ancora stata in grado di decifrare.

Le uniche presenze nell’ampio salone arredato come un pub britannico del diciannovesimo secolo erano il barista intento a versare e miscelare svariate bevande ed un uomo in borghese anch’egli tra i trentacinque e i quaranta che osservava il barista con aria dubbiosa.

Varek si fece avanti e si accostò all’uomo seduto al bancone che accortosi della nuova presenza ruotò verso di lei sull’alto sgabello di legno scuro. L’uomo dal sorriso cordiale, ma sottile e sagace, stranamente indossava piccoli occhiali da vista. Era curioso che nel ventiquattresimo secolo ci fosse ancora qualcuno che correggeva i propri difetti fisici con oggetti meccanici invece di ricorrere alla chirurgia.

“Salve” disse l’umano per nulla sorpreso della presenza del cadetto.

“Salve” rispose la ragazza con l’imperturbabilità tipica dei suoi parenti dalle orecchie a punta.

“Cadetto Eris Varek, giusto? Sono il Comandante Patrick Nolan, piacere” l’uomo le tese la mano secondo l’usanza terrestre. Ai vulcaniani non piaceva toccare gli estranei o essere toccati, ma le parve inappropriato fare la schizzinosa con un superiore, così la ragazza strinse la mano dell’ufficiale, che subito la invitò a sedersi accanto a lui, mentre il barista, un umano dall’aspetto imponente, continuava imperterrito a trafficare rumorosamente con bottiglie e bicchieri senza curarsi dei suoi avventori e dando loro le spalle. La concentrazione dell’uomo era tale che con tutta probabilità non si era neppure accorto della nuova arrivata.

“Mi scusi, barman” disse la mezza vulcaniana.

L’uomo dietro al banco si fermò di colpo e si girò lentamente verso di lei sfoggiando un grosso sorriso. Il cadetto ebbe la netta impressione che anche il Comandante Nolan si fosse fermato per un momento riprendendo poi a bere con le sottili labbra tirate in un sorriso divertito, dal canto suo Varek trovò quanto meno sospetto che anche il barista portasse gli occhiali. La ragazza venne a sapere solo in seguito che si trattava di un nuovo tipo sperimentale di tricorder a interfaccia neuro-ottica.

“Sii, mi dicaa” rispose l’umano strascicando le parole.

“Vorrei una spremuta di pompelmo.”

I due uomini si guardarono con aria sorpresa, ma allo stesso tempo piacevolmente colpita. Varek suppose che fosse strano vedere una vulcaniana, anche se solo per metà, bere un estratto di frutta terrestre. Eppure Varek durante gli anni trascorsi all’Accademia della Flotta Stellare aveva scoperto di apprezzare molto i vegetali del pianeta azzurro.

Il barista si massaggiò il pizzetto nero con fare pensoso.

“No, - disse deciso- ci vuole qualcosa di nuovo per darle il benvenuto a bordo” e, senza neanche lasciare alla ragazza il tempo di replicare, l’eccentrico barista si lanciò nuovamente tra le sue bevande cercando l’ispirazione per un nuovo cocktail.

“Ha appuntamento domani mattina alle otto punto zero, zero con il Capitano Drake, se non sbaglio?”

“Corretto” rispose la giovane con tono privo di ogni inflessione.

Il Comandante annuì sorridente mentre dava fondo al suo bicchiere. Varek aveva imparato dai ferenghi a sospettare di chi rideva troppo ed ormai era convinta che l'Ammiraglio Janeway le avesse riservato davvero qualche sorpresa e che l’ufficiale si stesse prendendo gioco di lei.

In quel momento fece il suo ingresso nel salone un altro ufficiale di comando, che probabilmente stava per prendere servizio oppure lo aveva appena terminato visto che indossava ancora la divisa. Varek si alzò in piedi per salutare adeguatamente il superiore che la guardava incuriosito.

“Cadetto Eris Varek signore, piacere di conoscerla.”

“Comandante James Man’Son fuori servizio, piacere” rispose l’uomo facendole gesto di mettersi pure a riposo.

Il barista pose sul bancone una caraffa di birra rossa dalla densa schiuma straripante che il nuovo arrivato prese ed iniziò a bere in piedi scrutando nei dettagli la vulcaniana.

“Orecchie quasi a punta e naso poco crestato come il mio, - disse l’uomo fregandosi lentamente  le piccole creste che aveva sul naso col dito medio – siete una bajoriana vulcaniana immagino?”

“Sì, signore. E’ esatto.”

Il comandante Man’son bevve di nuovo annuendo.

“La signorina è servita” disse il barista poggiando sul bancone un bicchiere da long drink colmo di spremuta di pompelmo e altri ingredienti noti solo al suo autore. L’attenzione dei tre uomini era rivolta al cadetto che inarcando il sopracciglio destro si portò scettica il bicchiere alle labbra, ma prima che ne assaggiasse il contenuto il barista la interruppe.

“Un attimo ci vuole un brindisi” così dicendo riempì il bicchiere di Nolan con del whisky e si servì una rossa doppio malto. Alzata la caraffa il barista guardò negli occhi i due uomini sorridendo con complicità.

“Ad fundum” dissero tutti e tre insieme scontrando i loro calici con quello della ragazza.

  Varek conosceva quell’usanza, era tipica dei distaccamenti europei della flotta stellare e, visto che le uniche persone che aveva incontrato fino a quel momento avevano tutte un aspetto decisamente europeo, le parve cortese non sottrarsi alla tradizione ben sapendo quanto fosse importante per gli abitanti del vecchio continente terrestre. Eris seguendo l’esempio dei compagni bevve il suo cocktail tutto d’un fiato.

  Con soddisfazione i tre uomini posarono rumorosamente i loro bicchieri vuoti sul banco osservando divertiti e curiosi il cadetto che con calma artificiale e forzata riponeva il suo con ancora tutti i tintinnanti cubetti di ghiaccio che non avevano avuto il tempo di sciogliersi.

“P – Particolare…” fu l’unica parola che Varek riuscì a pronunciare con la gola in fiamme e i polmoni che non riuscivano a prendere aria.

Tutti risero gioviali e l’atmosfera si fece subito amichevole; Varek curiosa di scoprire qualcosa della nave ascoltava le esaustive risposte di Man’son, il quale anche fuori servizio aveva un che di professionale e severo. Varek a sua volta parlava di sé in base a quanto le era richiesto.

Il barista sembrava non finire la scorta di aneddoti e alcolici, mentre Nolan correggeva i dettagli degli uni e si rifaceva la bocca con gli altri.

  Alla fine del terzo drink Varek si sentiva più bajoriana che vulcaniana e si rilassò lasciandosi coinvolgere dalla conversazione, ma al quinto bicchiere si spense tutto.

I tre uomini risero di gusto nel vedere la testa del cadetto cadere svenuta sul bancone rovesciando il ghiaccio che era nel bicchiere.

“I cadetti di oggi non sono più come quelli di una volta” disse Nolan scuotendo leggermente la testa con fare da saggio.

“Hanno ancora tutto da imparare. Voi cosa ne pensate Capitano?” chiese Man’son rivolgendosi al barista.

Il Capitano Arthur Drake da dietro il bancone del bar annuiva massaggiandosi il pizzetto.

“Eris Varek on the Rocks, suona bene come nome per questo long drink.”

                                                                                                                             di Ilenia Bresciani

   
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Ultimo Aggiornamento: 15-09-2008