![]() |
|
![]() |
![]() |
||||
![]() |
||||
| Cercate il Ten Candrek - seconda parte | ||||
|
Nella piccola stanza buia, semi interrata e con una piccolissima finestra nella parte alta della spessa parete che lo divideva dall’esterno, Kandrek riusciva a sentirli. Gridavano e ridevano sguaiatamente, già annebbiati dai fumi delle varie bevande eccitanti servite dal locale. Già sapeva cosa lo aspettava anche quella sera al piano di sopra e tra poco sarebbero venuti a prenderlo. Era quasi ora dello spettacolo principale. Il klingon strinse meglio che poté le fasciature attorno all’addome ammaccato e si rimise l’insanguinata maglietta ormai logora. Il tenente completò l’opera cospargendosi il viso con un unguento scivoloso e, mentre si allacciava i guanti di pelle borchiati, privi della parte superiore delle dita, tre enormi secondini orioniani aprirono la cella. “Klingon, tocca a te” disse uno dei tre con tono carico di disprezzo. Kandrek non disse una parola, si limitò a seguirli come aveva fatto ogni giorno di quell’ultima settimana. Entrando nel salone principale del locale, Kandrek filò dritto al suo posto sul ring, senza badare alle stupide ovazioni della folla, ed attese che il presentatore finisse di introdurre il nuovo numero di intrattenimento. Era un gioco vecchio come la galassia. La casa da gioco aveva una decina di lottatori che si sfidavano tra loro, o venivano sfidati da qualche sciocco avventore che credeva di poter battere dei lottatori addestrati. Certo, qualche volta accadeva che un cliente vincesse, ma solo quando i gestori del locale volevano entusiasmare il pubblico per far si che aumentassero le scommesse. I primi incontri erano di riscaldamento, i lottatori facevano un po’ di spettacolo con figure combinate, solo in seguito si passava agli incontri veri e propri. Il compito di Kandrek era quello di mostrarsi incapace durante tutti gli incontri di riscaldamento, così che, quando l’intrattenitore ferengi sfidava il pubblico a tentare la sorte sul ring, qualche pollo avrebbe sicuramente abboccato e si sarebbe misurato con Kandrek. Quindi il klingon non si stupì nel vedere un betazoide salire sul quadrato incitato dai propri amici, pagare il ferengi ed iniziare a saltellare eccitato per il tappeto cercando il favore della folla. Quando sentì il gong, Kandrek lasciò il proprio angolo e raggiunse di slancio lo sbruffone betazoide.
Dopo aver teletrasportato Varek al suolo, al fine di investigare nella zona da cui aveva fatto rapporto il tenente Kandrek per l’ultima volta, Alekim proseguì il proprio volo orbitale verso una delle tante piccole isole vulcaniche che costellavano gli oceani di Risa. Concentrata, come al solito, sul proprio lavoro ed intenta a decifrare i risultati delle analisi che riceveva dal pianeta, la bajoriana non si accorse che il posto di copilota, lasciato vuoto poco prima dal cadetto, era appena stato occupato da un altro membro dell’equipaggio. Il tenente sussultò per l’inaspettata apparizione, quando voltandosi alla propria destra vide un cardassiano fissarla sorridente. “Non farlo mai più!” gli intimò la donna. “Scusi, ma non ho resistito” rispose l’ologramma. Per uno sfizio di chi lo aveva programmato, l’ologramma poteva cambiare tutto di sé, tranne il carattere ed il timbro vocale e, proprio da quest’ultimo, Alekim riconobbe il suo compagno di viaggio. Il tenente si lasciò sfuggire un lungo sospiro, ben sapendo quanto la sua pazienza sarebbe stata messa alla prova da quel bizzarro prototipo tecnologico. “Non ti sembra un po’ fuori luogo?” fece notare il tenente al suo nuovo compagno di viaggio. “Cosa?” “Assumere un aspetto cardassiano per una missione con una bajoriana, per di più ex maquis?” Alekim si rese subito conto di aver commesso un grave sbaglio nell’offrire all’ologramma lo spunto per una conversazione. “Io non credo, anzi!” iniziò subito enfatico il cardassiano “Più la coppia è strana e più funziona, inoltre offre sempre risvolti narrativi interessati.” “Risvolti narrativi?” chiese il tenente cercando di ritornare alle proprie analisi. “Sì, per il suo rapporto. Sa meglio di me quanto il Capitano Drake ami le storie curiose. E cosa c’è di più improbabile di un cardassiano e di una bajoriana maquis uniti nella lotta al servizio della Federazione? “Un ologramma inutile ed un ingegnere sul punto di disattivarlo?” rispose retorica Alekim gelando la conversazione. Il cardassiano, ricevuto il messaggio, fece finta di trafficare con la strumentazione di bordo, per poi rinnovare tutto il proprio entusiasmo quando il tenente trovò ciò che stava cercando. “Eccolo, ci siamo!” “Dove, dove?” Il tenente mise sullo schermo principale un’immagine ingrandita dell’isola, migliaia di chilometri proprio sotto di loro, poi vi sovrappose i risultati del computer. L’immagine divenne completamente gialla, ma di diverse tonalità, così che fosse ancora possibile distinguere il mare dalla misera porzione di terra emersa. L’isola appariva tutta coperta dalla nuova colorazione, tranne in una piccola zona della cosa ovest. “Il nostro obbiettivo è in quella zona inaccessibile ai sensori” asserì trionfante la bajoriana. “Come fate a sapere che il congegno è lì, se non riuscite a rilevarlo?” chiese il cardassiano. “Guarda i dati. Segnalano le cronotracce di tutto quello che c’è laggiù, tranne in quel punto. E’ impossibile che una zona sia priva della propria cronotraccia.” “A meno che non la sia stia nascondendo.” “Esatto. Devono essere dei dilettanti, le tracce vanno alterate non eliminate. E’ come avere un’insegna luminosa sulla testa con scritto “Abbiamo qualcosa da nascondere!”. Alekim si alzò di scatto dalla postazione di comando ed iniziò subito a radunare il necessario per lo sbarco. “Ho seguito gli spostamenti di quel pezzetto di ventottesimo secolo per mezzo quadrante, adesso deve essere nostro! Alberto, prendi il tuo emettitore autonomo. E’ ora di andare a terra” disse Alekim dirigendosi al teletrasporto. “Il mio nome da cardassiano è Noràt” la corresse l’ologramma seguendola.
L’incontro stava andando troppo per le lunghe, il betazoide non era certo un granché come lottatore, ma sfruttava le proprie doti empatiche per intuire le intenzioni di Kandrek, colpendolo poi sulle ferite che il klingon si era procurato negli incontri precedenti. La cosa cominciava a diventare fastidiosa, ma Kandrek si accorse che il betazoide iniziava a stancarsi e, nonostante prevedesse i colpi portati dal klingon, non era più tanto svelto ad evitarli. Il klingon accelerò di proposito il ritmo dell’incontro, incalzando il betazoide e riuscendo a chiuderlo in un angolo. La serie di rabbiose ginocchiate che Kandrek gli inferse poteva bastare, era ora di finire la partita e far giocare qualcun altro. Con un’abile mossa il tenente afferrò l’avversario per un polso e gli torse il braccio dietro la schiena, quindi lo portò verso il centro del ring e, senza lasciare la presa, lo afferrò anche con l’altra mano e di slancio sollevò il betazoide reggendolo inerme sopra la propria testa. Per animare un po’ lo spettacolo e scaldare la folla, Kandrek fece il giro del quadrato con l’avversario issato in aria. Fu allora che Kandrek la vide. Immobile come una statua tra gli avventori esagitati per le loro scommesse, la ragazza se ne stava in piedi con le braccia incrociate e lo sguardo giudicante fisso su di lui. “Flotta Stellare” pensò con disprezzo il tenente. Anche quando non indossavano la divisa, era impossibile non riconoscerli. Ricambiando quello sguardo indagatore, Kandrek tornò al centro del quadrato e scagliò a terra, con tutta la propria forza il malcapitato betazoide. Il primo incontro era vinto. Doveva farne almeno altri nove per quella sera. Uno per uno diede una sonora lezione agli amici del betazoide, che volevano vendicarsi e riscattare a vicenda il loro onore. La ragazza restò impalata tutta la sera ad osservarlo, Kandrek ne fu notevolmente irritato. Non c’era dubbio, che fosse lì per controllare che lui non avesse disertato. L’ultimo incontro fu il più duro, sul ring si presentò un gigantesco klingon. Dai canti che intonava, l’ultimo avversario di Kandrek doveva essere un militare e il tenente ne ebbe la conferma durante l’incontro. Il rivale di Kandrek mostrava una buona preparazione tecnica, ma per fortuna del tenente, quel klingon era talmente ubriaco da non sapere più da che parte fosse girato. Kandrek, sentendo di avere incassato un colpo di troppo per quella sera e non vedendo più molto bene, per via del sangue che gli colava in un occhio da un taglio sopra la palpebra, lanciò un iracondo urlo intimidatorio e si scagliò contro il klingon piazzandogli una poderosa testata all’addome e subito un montante al mento che fece perdere i sensi al klingon ubriaco. Anche per quella sera la sua parte di debito era stata saldata ed ignorando completamente tutti quelli che lo circondavano, Kandrek tornò nella propria cella.
Nascosti nel cuore della vegetazione, Alekim e Noràt analizzarono tutta la foresta che circondava un dozzina di bungalow di uno dei tanti centri ricreativi dell’isola. Senza poter seguire le tracce dell’oggetto del futuro, che erano stati incaricati di recuperare, ci vollero più di quattro ore per scovare i contrabbandieri. All’interno di uno dei bungalow più isolati nel ventre della foresta, due umani e due romulani, sembravano sentirsi al sicuro e chiacchieravano amabilmente attorno ad una tavola imbandita. Secondo le indagini svolte dal tenente Alekim, i due umani dovevano vendere proprio quel giorno il dispositivo del ventottesimo secolo ai romulani. Grazie alla propria esperienza maquis, la bajoriana riuscì a scovare tutti i dispositivi di allarme che erano stati installati attorno al bungalow per evitare spiacevoli sorprese. “Sono andati al risparmio. Ci sono solo inibitori del teletrasporto e di armi ad energia e segnalatori selettivi di movimento. Nessun tipo di contromisura offensiva, a parte le armi che ognuno di loro si terrà sicuramente stretta al fianco. Devono sentirsi davvero molto sicuri di non aver nessuno alle costole” spiegò il tenente a Noràt, mentre leggeva sul tricorder ulteriori dati per accertarsi di ciò che li circondava. “Come pensa di agire?” chiese il cardassiano. Il tenente si sedette ai piedi dell’albero a cui si era appoggiata, per riflettere meglio. Non potevano creare scompiglio, passare inosservati era sempre la cosa migliore, ma se si fossero avvicinati a meno di duecento metri dalla casa, i trafficanti si sarebbero precipitati all’esterno della costruzione con le armi in pugno. Dovevano riuscire a coglierli di sorpresa. “Quanto puoi correre veloce?” chiese Alekim a Noràt. L’ologramma guardò allarmato il proprio superiore e grattandosi nervosamente le grigie scaglie dell’ampio collo rispose: “Bhé… dunque… credo di poter mantenere i cinquanta chilometri orari stabili per almeno otto ore, ma senza pesi.” “E con gli scatti come te la cavi?” gli occhi della bajoriana si stavano illuminando, qualcosa di folle stava prendendo forma nella sua mente. “Negli scatti sono decisamente più veloce, ma questo a cosa le serve?” “Noràt, ho avuto un’idea fantastica!” concluse Alekim.
Tutto quello che avevano fornito a Kandrek per medicarsi era una bacinella di acqua pulita ed una pezza e, mentre cercava di ripulirsi al meglio le ferite, non si stupì di sentire scorrere la porta e neppure fu sorpreso di vedere chi fosse a fargli visita ad un ora così tarda. Non era facile liberarsi della Flotta Stellare, anche durante le licenze ne sentiva il fiato sul collo. “Mi lasci indovinare” iniziò il klingon, senza neppure guardare la nuova arrivata “non avendo più ricevuto mie notizie, il Comandante Nolan l’ha mandata a cercarmi.” “Sono il cadetto Eris Varek. Se mi spiega il motivo della sua detenzione, forse sarò in grado di aiutarla.” Kandrek si mise a ridere, ma poi si contorse per una fitta al fianco. “Aiutarmi? Novellina, io non ho bisogno del tuo aiuto. Puoi tornare dal Comandante Nolan e dirgli che non ho intenzione di fuggire, non questa volta almeno. Non ho indicato ogni due giorni la mia posizione, come stabilito, solo perché non potevo. Quando avrò finito qui tornerò sulla Avalon.” Varek, che prima di far visita al tenente si era procurata un kit medico, aprì la valigetta e lanciò al klingon un rigeneratore dermico. Afferratolo al volo, Kandrek iniziò subito a curarsi l’occhio. “Non sono così ingenua da non sapere cosa stia accadendo qui. Sono stata un po’ in giro per il quadrante, prima di iscrivermi all’Accademia. Ha forse perso più soldi di quanti ne potesse giocare ed ora li ripaga lavorando?” Il klingon si alzò dalla branda spartana e prese il kit dalle mani del cadetto per vedere se c’era dentro qualcos’altro di utile. Varek restò immobile in attesa di spiegazioni. I Klingon amavano raccontare le loro imprese, bisognava solo saperli prendere ed Eris aveva imparato come fare. Quando Kandrek trovò nella valigetta una borraccia riempita con vino di sangue, sul suo viso comparve subito un grosso sorriso e, cambiando umore, iniziò subito a bere e raccontare. “Non è così semplice. Ho preso una licenza due settimane fa per partecipare ad un torneo di giochi da tavola che si svolge qui su Risa ogni tre anni. E’ andato tutto bene fino ai quarti di finale, ma alla semifinale quello sporco andoriano si faceva beffe di me, mi aveva sorpreso a barare e se ne vantava!” “Non è molto onorevole vincere imbrogliando” constatò Varek. Punto sul vivo, il permaloso klingon le rispose a tono. “Vai a fare la moralista altrove. Io ho rispettato tutti i codici dell’onore, è solo che… ho perso per un secondo la calma e poi tutto è andato storto.” “Mi vuole spiegare una volta per tutte cosa le è successo?” Era inutile sfidare la pazienza vulcaniana, l’unico modo che Kandrek aveva per liberarsi di quell’irritante orecchie a punta era accontentarla. Il klingon prese un lungo sorso dalla borraccia invitando il cadetto ad accomodarsi sull’altra branda di cui era fornita la cella. Dopo una rapida occhiata, il cadetto decise che sarebbe rimasta in piedi. Quella prigione era un buco soffocante e umido, che raramente qualcuno si prendeva la briga di pulire, le brande portavano i segni e le impronte degli inquilini precedenti, il pavimento era difficilmente visibile sotto la sporcizia, mentre tra una muffa e l’altra le pareti si sgretolavano a causa delle infiltrazioni delle acque di scolo. Kandrek sorrise dello snobismo vulcaniano e riprese il racconto. “A quanto pare non sei stata in giro un granché, altrimenti saresti a conoscenza dello “Shil’ath elidf Shil’ath”, traducibile come “Il baro che bara il baro”. E’ il più importante torneo per imbroglioni del quadrante. Lo riconosco, quell’andoriano era davvero un fenomeno, non sono riuscito a vedere i suoi trucchi, ma lui, pur accorgendosi dei miei, non doveva permettersi di insultarmi! Quando poi si è messo a sbeffeggiarmi anche con quelle sue ridicole antennine, mi ha fatto andare il sangue alla testa! D’istinto ho afferrato la sedia e gliel’ho scaraventata su quel suo misero cranio blu stendendolo a terra tramortito. Inutile dire che sono stato squalificato. L’andoriano era un tizio di un certo rango, così ha chiesto e ottenuto non solo di essere rimborsato, ma anche risarcito. La Casa da gioco ha pagato e ora io devo ripagare la Casa”. Varek decise di sorvolare su ogni commento possibile. “A quanto ammonta ancora il suo debito?” “7369 pezzi d’oro”. Se un vulcaniano poteva restare impietrito, quello fu proprio ciò accadde ad Eris, che smise di respirare per cinque secondi buoni. “Tenente, lei deve ritornare sulla Avalon tra circa 32 ore, non pensa che sia ora di chiedere un prestito per pagare il suo debito? In un’altra sola notte di lavoro non potrà mai guadagnare tanto, ma soprattutto dubito che possa reggere altri incontri”. Kandrek scattò minaccioso verso il cadetto. Eris, per contrastare l’ira che aveva suscitato nel klingon, ostentò maggiormente la propria calma e freddezza. “Io ripagherò il debito con le mie sole forze, anche se ci dovessi impiegare altri sei mesi o un anno, o quanto ci vorrà! E’ una questione d’onore!” Dopo essersi sfogato il klingon tornò a sedersi con aria offesa. Varek, ripensando a tutto ciò che aveva letto sul conto di quell’individuo, ne trasse una sconfortante deduzione logica. “Lei non può chiedere alcun prestito. Dopo essere stato condannato dalla Flotta Stellare per furto e pirateria, la sua pena è stata commutata in anni di servizio sulla Avalon, ma è pur sempre un detenuto ed in quanto tale non le è permesso accedere ad alcun credito, senza le dovute autorizzazioni”. Varek vide il klingon sorridere divertito della propria arguzia. La mezzo sangue bajoriana ebbe così la conferma di aver capito. “Lei è costretto a stare su Risa, ma solo per lavorare. L’hanno richiusa qui perché hanno capito che altrimenti sarebbe fuggito senza saldare il debito”. Eris era quasi giunta al termine della propria arringa, ma già Kandrek era sdraiato sulla branda e rideva a crepapelle sovrastando la voce della donna. “Lei non è stato sequestrato, altrimenti i gestori non mi avrebbero lasciata entrare così facilmente! E non si è preoccupato del fatto di non poter avvisare la nave, solo perché sapeva che tanto qualcuno sarebbe venuto a cercarla, pagando magari anche i suoi conti”. “Voi della Flotta Stellare siete incredibilmente prevedibili e ridicoli” concluse Kandrek tra una risata e l’altra. Poi riprendendosi un poco aggiunse: “E scommetto quel che vuole, che comunque, nonostante tutto, lei mi tirerà fuori di qui”. Varek, senza più aggiungere altro, raccolse il kit medico e uscì dalla cella rivolgendo al suo superiore un meccanico saluto di circostanza, mentre il klingon imbroglione ancora rideva di gusto.
Alekim aveva cercato il punto più favorevole ai suoi scopi e restando al di fuori del raggio d’azione dei rilevatori di movimento, si era nascosta nella vegetazione proprio di fronte all’ampia finestra aperta che dava sulla sala da pranzo dei contrabbandieri. La donna, pur vedendo discretamente ciò che accadeva a circa trecento metri da lei, preferì tenere sott’occhio i malviventi attraverso gli ingrandimenti regolabili dei suoi occhiali ad interfaccia neuro-ottica, per essere sicura di non sbagliarsi su ciò che stava accadendo in quella stanza. Il tenente, mentre attendeva il momento propizio, inviò alla Event Horizon le specifiche tecniche per un’antica arma che le sarebbe stata molto utile. Ci vollero pochi istanti e dalla navetta fu teletrasportato al suolo quanto richiesto. Quando umani e romulani finirono il pranzo, mandarono via tutti i camerieri dal bungalow e si dedicarono ai loro sporchi affari. Tutto sarebbe accaduto in pochi minuti, non si doveva sbagliare. Alekim aveva in mano un ovale appiattito di una lega metallica dai riflessi perlacei, elegante come un cammeo, ma decisamente più complesso e prezioso. La bajoriana se lo faceva saltellare in una mano, mentre attraverso le sofisticate lenti continuava a seguire passo a passo gli sviluppi nel bungalow. Quando gli umani estrassero da una valigetta blindata e schermata una sfera trasparente con due protuberanze scure agli antipodi, Alekim inserì l’ovale nella camera di spinta della fionda a gas compressi e prese la mira. Come maquis, la donna era stata addestrata ad agguati con ogni tipo di mezzo, sfruttando ogni tipo di risorsa. Il tenente si mantenne assolutamente ferma e, dopo un breve istante di concentrazione, catapultò con precisione il piccolo ovale metallico attraverso l’ampia finestra della stanza del bungalow. Subito i rilevatori di movimento suonarono all’interno della stanza avvisando i contrabbandieri di un intrusione. Allarmati, romulani e umani scattarono in piedi per verificare di cosa si trattasse, ma non ebbero il tempo di reagire, l’incursore era già tra loro. Tutti videro quel luccicante pezzetto di metallo entrare dalla finestra e trasformarsi in un cardassiano mentre terminava la sua parabola. Attivato a distanza dal tenete Alekim, Noràt, ancora in volo, vide il soffitto di rami e foglie intrecciate scorrere solo per pochi centesimi di secondo, prima di atterrare rovinosamente di schiena addosso ai due umani. Mentre, disorientati, i romulani si affrettavano a spegnere l’inibitore delle armi ad energia, Noràt, seguì alla lettera l’ingegnoso piano del tenente Alekim: “Prendi il congegno e scappa!” Afferrato il prezioso oggetto del futuro caduto a terra, l’ologramma corse verso l’uscita con uno scatto dalla rapidità impensabile per un semplice essere vivente. Riattivati i phaser ed il teletrasporo, i romulani si diedero ad una quanto mai repentina e discreta uscita di scena. Gli esseri umani invece, che dopo tanti sforzi si erano visti sottrarre il loro tesoro, si lanciarono subito all’inseguimento, sparando all’ologramma. Noràt corse zigzagando tra le piante, cercando di evitare che quei colpi di phaser raggiungessero l’oggetto che portava con sé, ma che soprattutto non venisse colpito il suo punto vitale, l’emettitore autonomo. L’emettitore di Noràt non era visibile, posto all’altezza dell’addome sviluppava la forma olografica attorno a sé, ma questo non escludeva che un colpo accidentale potesse disintegrare il suo vero ed unico organo reale. Vedendo che le armi ora funzionavano, Alekim coprì le spalle a Noràt, il quale ancora correva nella foresta a casaccio per evitare i phaser. Grazie al comunicatore inserito nel suo emettitore autonomo, Noràt avvertì Alekim che anche il teletrasporto era di nuovo attivo. Alekim non perse tempo e diede l’ordine alla navetta di riportarli su. Risaliti a bordo della Event Horizon, Noràt guidò la navetta verso il continente su cui avevano lasciato Varek, mentre l’ingegnere si assicurò che il marchingegno recuperato fosse ancora tutto intero. “Fortuna che non dovevamo dare nell’occhio” disse ironico il cardassiano. “Quel villaggio vacanze era un mortorio, non credo che qualcuno si lamenterà per un po’ di animazione extra”.
Giunta al punto di ritrovo Alekim si mise subito in contatto con il cadetto Varek, e non si stupì affatto del rapporto che ella le fece. “…e questo è quanto. Mi scuso per non aver ancora portato a termine il mio incarico” concluse il cadetto. “Non si preoccupi” le rispose la bajoriana dalla navetta in orbita “quando si tratta di Kandrek, sono inconvenienti del tutto normali. Ora scendo a darle una mano”. Il tenente diede a Noràt una lunga serie di indicazioni e raccomandazioni, ma non ebbe cuore di separarsi dallo strumento che aveva così faticosamente recuperato. Non voleva più perderlo di vista un secondo, così lo depose in una custodia schermante e se lo mise nella borsa da sbarco. “La sua mancanza di fiducia nelle mie capacità mi offende” asserì Noràt, ora al posto di guida, alludendo al contenuto della borsa a tracolla del tenente. “Vedila in un altro modo. Ti sto salvando la vita, finché sarà con me, nessuno ti darà fastidio”. Noràt non ne era affatto convinto, ma sorrise comunque alla bajoriana che si smaterializzava dalla piattaforma del teletrasporto. Fino a quel momento era andato tutto troppo liscio, per ristabilire l’equilibrio statistico della fortuna, ora c’erano da aspettarsi solo guai.
Fine seconda parte
|
||||
|
La casa da gioco si preparava ad intrattenere, come al solito, il suo pubblico con l’atteso spettacolo principale, ma questa volta l’imprevisto era in agguato. Passando tra l’accalorata folla ancora una volta per raggiungere il ring, Kandrek scorse Varek, con la quale scambiò uno sguardo d’intesa, non del tutto amichevole e convinto, ma comunque di conferma. Nel pomeriggio Varek aveva fatto di nuovo visita al klingon nella sua cella e gli aveva trasmesso gli ordini del tenente Alekim. Pur non essendo assolutamente d’accordo, per questa volta Kandrek avrebbe comunque obbedito, ne andava della sua libertà. Prestare servizio sulla Avalon era come svanire dal quadrante, nessuno avrebbe mai scoperto la verità sul passato di alcuno dei componenti dell’equipaggio. Il mistero che circondava la nave sperimentale della Flotta Stellare, garantiva al 99% una copertura a prova di siluro fotonico. Quindi nessuno in quel locale avrebbe mai potuto collegare il tenente Alekim a Kandrek, o a Varek. Fino al quinto incontro procedette tutto come al solito: gli alcolici scorrevano a fiumi, l’aria era così satura di fumo da far lacrimare gli occhi, decine di intrighi si svolgevano e si aggrovigliavano tranquillamente in angoli bui, mentre Kandrek combatteva dando l’impressione che l’avversario avesse qualche possibilità di vincere, ma questo non accadeva mai, o quasi... A Varek era stato assegnato il compito di provocare un bajoriano dall’aria prestante affinché salisse sul ring a combattere contro Kandrek e solo al settimo drink, l’alieno, che dimostrava di non essere uno stolto, ubriaco aveva finalmente accettato la sfida. Dal canto suo, Alekim aveva scommesso contro la casa e contro mezzo locale che Kandrek avrebbe perso. Questo avrebbe potuto apparire sospetto, se a fare le scommesse non fossero state almeno una ventina di persone diverse, tutte corrotte con pazienza ed arguzia dall’abile bajoriana. In quella bisca, c’erano parecchi disperati che avrebbero fatto qualsiasi cosa per una birra romulana o uno sputo d’oro e benché lunghe, le transazioni si svolsero con successo. Per rendere tutto più realistico Kandrek si era impegnato parecchio negli incontri precedenti, al fine di giustificare la stanchezza che mostrava. Il klingon si muoveva lentamente ed in modo goffo, così che anche un bajoriano pieno di birra arrivasse a colpirlo. Anche Eris ci aveva messo del suo per rendere realistiche le sofferenze del collega. Nella visita pomeridiana aveva procurato al klingon degli abiti puliti che si era premurata di cospargere di una polvere in grado di rendere più recettivo il sistema nervoso del tenente. La droga non avrebbe avuto alcun effetto collaterale, se non quello di renderlo tre volte più sensibile ad ogni colpo. Questo dettaglio, però, Alekim le aveva suggerito di non rivelarlo a Kandrek. L’incontro fu lungo ed estenuante, il bajoriano pur con tutti i vantaggi offertigli, non riusciva a mandare al tappeto l’inossidabile Kandrek, o forse, nonostante tutto era l’orgoglio del klingon a non permettergli di andare al tappeto. La vera lotta il klingon la stava avendo con sé stesso. La guardia del tenente era ormai sempre abbassata, tutti i ganci in arrivo al suo mento andavano a segno, mentre con precisione chirurgica egli riusciva sempre a toccare solo di striscio l’avversario. Vedendo che si andava troppo per le lunghe, Kandrek si ingegnò per riuscire a perdere. Facendo un po’ di spettacolo, il klingon cercò il favore della folla ed iniziò a correre rimbalzando contro le corde da un lato all’altro del ring tra gli applausi e le incitazioni. Proprio come Kandrek sperava, il bajoriano rimase disorientato da quel continuo correre qua e là e restò immobile presso un lato del ring. All’ennesimo rimbalzo, raggiunto un poderoso slancio, Kandrek sentì che il momento era giunto e con tutta l’agilità di cui era ancora capace a circa due metri dell’avversario il klingon spiccò un balzo altissimo per un portentoso calcio volante. “Abbassati, abbassati!”. Questa era la corale preghiera dei tre membri della flotta. Non fu il sangue freddo, ma l’istinto a far si che il bajoriano si gettasse a terra di lato, mentre Kandrek percorreva indisturbato la traiettoria voluta finendo fuori dal ring addosso alla folla. L’incontro era perso, le regole prevedevano questo, in caso di caduta fuori dal quadrato. Gli orioniani che lavoravano nel locale si diressero subito dal klingon per portarlo via dalla folla e dargli quanto si meritava per aver perso. Alekim fece più in fretta che poté nel recuperare la vincita e, anche se non tutto le arrivò tra le mani, quanto aveva poteva bastare. Senza farsi notare passò i preziosi crediti a Varek, che si affrettò a riscattare Kandrek. L’atmosfera era molto tesa, la vincita di Alekim aveva quasi messo in ginocchio la casa da gioco, quindi i proprietari furono obbligati ad accettare i soldi e a rilasciare Kandrek, per non finire in ginocchio. Mentre Eris ed un malconcio Kandrek tornavano nella sala principale, Alekim ricevette una comunicazione: “Tenente ci sono visite” disse Noràt dalla navetta in orbita. “I nostri amici credo abbiano rilevato il vostro prezioso gingillo tecnologico, si dirigono verso di voi.” “Ricevuto, tienimi informata” chiuse il tenente. Quando i membri della Avalon furono finalmente tutti insieme, concordarono sul lasciare il locale il più velocemente possibile. Erano quasi all’ingresso quando giunse una nuova comunicazione. “Tenente, gli umani si sono teletrasportati all’ingresso del vostro edificio, sono armati e non sono soli.” Alekim si bloccò rivolgendosi ai suoi: “L’uscite è bloccata, l’unico mezzo per svignarcela è riattivare il teletrasporto”. Nei locali pubblici, teletrasporto e phaser venivano impediti per motivi di sicurezza. “C’è un quadro comandi sotto il bancone, forse potete disattivarli da lì” suggerì Kandrek. “Perfetto, ma mi serve un diversivo. Potete creare un po’ di confusione?” Kandrek sorrise scrocchiandosi rumorosamente le dita di entrambe le mani. “Non c’è problema”. Il klingon si guardò un po’ intorno e poi finalmente individuò il tavolo dove, il bajoriano che lo aveva sconfitto, sedeva vantandosi con gli amici della sua impresa. Spintonando tutti quelli che incontrava Kandrek raggiunse il tavolo e lo rovesciò. “E’ ora di giocare seriamente”. La provocazione del tenente fu subito raccolta, in meno di un minuto si scatenò una rissa. I buttafuori del locale si precipitarono a fermarli, ma ce ne fu anche per loro. Kandrek conosceva bene posti come quello e sapeva che anche chi non centrava nulla si sarebbe messo a menar le mani solo per il gusto di farlo. E così fu. Il klingon, chiuso il conto con il bajoriano, lasciò la mischia senza che nessuno ci facesse caso, tanto era l’inferno che si era scatenato. Raggiunte le colleghe al bancone del bar, Kandrek trangugiò d’un fiato una birra che qualcuno aveva abbandonato per fare un po’ di sport. “Soddisfatta, tenente?” “Sì, ma ora copritemi le spalle, mentre disattivo i sistemi di sicurezza del locale”. Alekim iniziò a preoccuparsi quando riconobbe tra la folla i due umani. “E questi da dove arrivano?” chiese Varek stringendosi spalla a spalla ai suoi due compagni, mentre i contrabbandieri umani, spalleggiati da cinque sgherri alieni si scagliarono loro addosso minacciosamente. “Questi non li ho invitati io. Mi ricordo di tutti i musi che rompo e quelli non li ho mai neanche sfiorati” grugnì il klingon prima di infliggere una poderosa testata ad uno di loro, per poi gettarlo addosso agli altri aggressori. “Chiedo scusa, ma credo siano un piccolo imprevisto del lavoro che ho appena concluso” spiegò sbrigativa Alekim, mentre scavalcava il bancone del bar per raggiungere il pannelli di controllo della sala.
La
rissa ormai dominava tutto il locale, era una totale baraonda.
“Avevo
chiesto a quell’ologramma di rendere più interessanti i
rapporti sulle missioni” iniziò Drake.
Il
Capitano Drake sorrise compiaciuto. |
||||
| di Ilenia Bresciani | ||||
|
|
||||
|
|
||||
|
|
Ultimo Aggiornamento: 24-01-2009
|
|||