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| Cercate il Ten Candrek - prima parte | ||||
“Sono le ore sette e zero, zero.” La voce metallica e vagamente femminile del computer iniziò a diffondersi con insistenza nella stanza buia. “Sono le ore sette e zero, zero.” Da sotto le pesanti coperte il cadetto Eris Varek iniziò a mugugnare rigirandosi. “Sono le ore sette e zero, zero.” Irritata da quella voce fastidiosa la ragazza scattò a sedere. <<Computer, luci e sta zitto!>> Dopo un minuto scese dal letto e si trascinò nel bagno, quando ne uscì, più di mezz’ora dopo, il suo corpo era rinfrescato, i lunghi capelli ondulati domati e la divisa che indossava era in perfetto ordine. Ma Eris si sentiva ugualmente uno straccio, fisicamente e moralmente. |
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Ubriacarsi la sera prima davanti al primo ufficiale e all’ufficiale terzo in comando della nave su cui, tra meno di venti minuti, doveva iniziare a prestare servizio, non era stata certo una delle partenze migliori. La testa le girava ancora vorticosamente, lo stomaco era chiuso al punto che credeva non avrebbe più mangiato per giorni e i sensi erano ancora tutti così ipersensibilizzati dall’effetto dell’alcool, che anche il solo restare ferma al centro della stanza le dava la nausea. Le luci erano troppo intense, la temperatura troppo bassa, ogni rumore le strideva direttamente nel cervello e ad ogni tocco centinaia di piccoli spilli le si piantavano nella carne. <<Mi sento un rottame spaziale>>. La ragazza andò al replicatore e digitò dei comandi. Subito un grosso bicchiere di acqua fresca si materializzò nell’apposito vano. Eris bevve lentamente, ma ininterrottamente tutto il liquido. L’alcool l’aveva disidratata. Il cadetto controllò l’ora: 7:50! Mancavano dieci minuti all’incontro con il capitano e lei non solo era fisicamente a pezzi, ma non era riuscita neppure a meditare. Non essendo una vulcaniana purosangue, la mancanza di meditazione su di lei aveva effetti molto più deleteri che su un normale vulcaniano. Per mantenere sotto controllo le proprie emozioni, la ragazza doveva meditare a lungo e regolarmente altrimenti avrebbe corso il rischio di cadere nell’illogicità. Inammissibile! Varek prese a camminare nervosamente avanti e in dietro per la stanza, doveva trovare subito un rimedio! Cinque minuti dopo, dall’alloggio uscì un’impeccabile vulcaniana. Ora che tutto era in funzione, la nave, che sarebbe partita entro breve, iniziava ad avere un aspetto più normale, rispetto a quello della sera prima. Eppure mancava ancora qualcosa al quadro generale. Il cadetto, per evitare di arrivare in ritardo al primo incontro con il capitano, smise di curarsi troppo della situazione e prese il turboascensore più vicino per recarsi in plancia. Sulla poltrona di comando, al centro dell’ambiente, sedeva il Comandante Nolan. L’uomo ed il cadetto si salutarono ufficialmente, quindi il cadetto suonò alla porta del Capitano voltando le spalle ad un sorridente quanto enigmatico ufficiale. Quando le porte rosso scuro scivolarono di lato nelle grigie pareti e la ragazza entrò finalmente nell’ufficio dell’ormai famigerato e misterioso Arthur Drake, fu come essere teletrasportati su un mondo del tutto alieno. Il soffitto a cassettoni, la mobilia di solido legno intarsiato, l’illuminazione calda delle lampade a olio appese al soffitto, carte di navigazione ingiallite e semisrotolate un po’ ovunque. Eris fu disorientata soprattutto dagli spruzzi d’acqua e dalle onde che si intravedevano dalla finestra aperta e, viste le pessime condizioni del suo stomaco, anche nauseata dal rollio incessante. Il capitano era seduto sulla sedia dietro la grande scrivania, rivolto verso l’ampia finestra alle sue spalle che permetteva la visione di una vasta e azzurra distesa marina. Eris suppose trattarsi della riproduzione di una cabina di qualche vecchio vascello terrestre. Ben conscio della presenza della nuova arrivata ordinò: “Computer, ripristinare ufficio standard”. La simulazione olografica dell’ufficio scomparve ed un consueto ufficio della flotta stellare riprese le sue sembianze. Tutto mutò, tranne una bacheca con una numerosa collezione di quelle che la vulcaniana riconobbe essere modellini di mezzi per la navigazione marina, non solo terrestri e di ogni epoca, ma anche alieni e dalle forme più bizzarre. L’ufficiale ruotò lentamente sulla propria sedia per volgere l’attenzione alla nuova imbarcata. Eris si irrigidì per frenare ogni reazione. Il Capitano aveva in braccio una gatta che stava accarezzando lentamente. La giovane si mostrò impassibile, mentre l’uomo, che le aveva servito da bere la sera prima e che sicuramente non era un barman, lasciò che l’animale saltasse a terra per zampettare altrove. “Cadetto Eris Varek a rapporto, signore” la ragazza dovette sforzarsi per mantenere un’aria neutra, vulcaniana. “Buon giorno cadetto, io sono il Capitano Arthur Drake, le do ufficialmente il benvenuto a bordo della Avalon e le affido l’astrometria” nel dire tutto questo, il Capitano Drake le aveva allungato la mano, che il cadetto strinse mascherando miseramente un profondo imbarazzo. Il Capitano le mostrò un caloroso sorriso, privo di qualsiasi derisione e malignità, ma sinceramente divertito nel ricordare la figuraccia della giovane la sera precedente. “Sulla Avalon non siamo soliti perdere tempo o stare con le mani in mano. Quindi vada pure dal Comandante Nolan che le illustrerà quali saranno i suoi compiti” “Sì, Capitano” la mezzosangue bajoriana si rimise sull’attenti e si accomiatò dall’ufficiale lasciando l’ufficio. Tornata in plancia, Varek trovò il Comandante ad attenderla accanto al turbo ascensore. “Mi segua cadetto” le ordinò benevolo l’uomo sistemandosi la divisa nera dalle spalle grigie. La ragazza si introdusse nel turboascensore con Nolan, il quale non riuscì a trattenere la propria curiosità. “Allora, Varek, com’è andato il primo incontro con il nostro Capitano? Spero non sia stato troppo traumatico?”. Il tono dell’ufficiale era carico di sottintesi. “Traumatico non direi. Piuttosto, inaspettato è la parola adatta”. Quando i due uscirono dal turbo ascensore, il Comandante Nolan scortò la ragazza all’infermeria della nave. Come le aveva spiegato durante il tragitto, il medico doveva prenderle qualche campione di sangue e tessuti per l’archivio privato della nave. La Flotta Stellare aveva fatto pervenire per tempo la cartella clinica del cadetto alla Avalon, ma il Comandante Man’son aveva stabilito, come norma di sicurezza, che fossero attuate sempre delle verifiche. Prima che il cadetto entrasse in infermeria, Nolan si decise ad illustrarle la sua prima missione ed anche questa fu una sorpresa, o meglio, una stranezza. “Uno dei nostri ufficiali, il Tenente Kandrek, è attualmente in licenza su Risa, o almeno così crediamo. Il Tenente dovrebbe riprendere servizio tra tre giorni, ma da altrettanto tempo non abbiamo più sue notizie. La rotta della Avalon nei prossimi giorni passerà in prossimità di Risa. Cadetto Eris Varek, lei dovrà mettersi in contatto con il Tenente Kandrek e fare in modo che si presenti puntuale alla sua postazione, al giorno e all’ora stabilite. Per questa missione farà rapporto al nostro Ingegnere Capo, il Tenente Alekim, la quale deve recarsi anch’ella su Risa per un caso che sta seguendo. E’ tutto chiaro?” Nella mente del cadetto si erano accumulate così tante domande da non saper da quale cominciare. Anzi, forse il punto migliore per iniziare era cercare di rimettere insieme i pezzi del suo cervello. E la risposta della giovane fu semplicemente un atono: “Sì, Signore” Nolan tornò ai suoi doveri e Varek entrò in infermeria. Apparentemente nel locale non c’era nessuno. Tutti i lettini erano liberi ed ogni cosa era perfettamente in ordine. Curiosamente le luci erano più forti di quelle degli altri ambienti ed anche la temperatura era più elevata. La cosa non dispiacque affatto ad Eris. “Dottore?” chiamò in modo moderato la ragazza iniziando a girare per la stanza tra microscopi e ripiani carichi di ogni sorta di strumenti medici. Alcuni dei quali avevano un aspetto molto più che sperimentale, quasi futuristico. Varek stava per prendere un tricoder da un bancone quando una voce la interruppe. “Io non lo farei se fossi in lei. Il Dottor Gray non ama che si tocchino le attrezzature senza la sua autorizzazione. Specialmente se è solo per giocarci…” Varek interruppe la propria azione e si voltò lentamente verso lo sconosciuto. L’uomo sotto la divisa nera indossava un dolcevita verde, che indicava la sua appartenenza alla sezione medica. “Lei è un i…” La ragazza fu subito interrotta dal bizzarro individuo, che iniziò a ciarlare e gesticolare camminando ovunque e giocherellando con quegli stessi strumenti che, per sua stessa ammissione, solo l’ufficiale medico avrebbe dovuto utilizzare. “Sì, sono italiano. E’ la prima cosa che notano tutti, non lo trova buffo?” Iniziò in tono distratto, ma enfatico “E comunque scherzavo prima, non ho la più pallida idea di come sia il Dottor Gray, deve ancora salire a bordo. Se non sbaglio infatti, la nave è diretta a Romulus proprio per questo motivo”. Eris sollevò un sopracciglio in segno di protesta, domandandosi quando quel tizio si sarebbe deciso a dirle qualcosa di utile. L’abuso verbale non era certo una di quelle cose che la vulcaniana apprezzava. “Ma forse lei è qui per rimediare al mal di testa, oppure preferisce prima qualcosa contro la nausea?” Se non fosse stata così ostinata nel voler mantenere un atteggiamento rigidamente vulcaniano, la mezza bajoriana si sarebbe mostrata non solo sorpresa, ma anche offesa ed imbarazzata. Come era possibile che già tutti sulla nave sapessero? L’unica cosa che fece, però, fu riportare con calma la conversazione su argomenti più utili. “No. Io mi chiedevo, prima di questa… “piccola digressione”, se lei fosse un infermiere. E se fosse possibile fare subito le analisi di routine per il Comandante Man’son”. L’uomo sospirò e, arruffandosi i corti capelli castano chiari, si guardò in giro cercando il necessario. “Non deve essere facile per lei, capisco benissimo cosa prova, ci sono passato anch’io. La mancanza di meditazione è più irritante dei funghi tashtaji che crescono su Bajor. Comunque io sono il sostituto del medico fino all’arrivo del titolare del posto”. Quando l’uomo finalmente tornò dalla ragazza con un paio di ipospray e le fiale per i campioni, seppe interpretare correttamente come curiosità e incomprensione la rigidità sul viso della giovane. “Sì, sono stato vulcaniano anch’io per un po’. E so che non è così facile come possa sembrare”. “Come scusi?” Il medico, dopo averle somministrato due medicinali per i disturbi fisici, interruppe il proprio lavoro e fissò la ragazza. “Lei non lo sa ancora, vero?” “Sono molte le cose che non so”. Il dottore avvicinò il proprio volto a quello della ragazza. L’azione improvvisa e poco gradita fece scostare indietro il cadetto, che però in quel preciso istante capì. Varek scrutò attentamente il volto dell’umano. “I suoi occhi sono molto più che ben fatti, sono perfetti” disse la vulcaniana analizzando attentamente anche il resto dei lineamenti del dottore; quindi chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. Nulla. Sempre ad occhi chiusi allungò lentamente una mano certa di ciò che avrebbe incontrato. Niente, infatti. “Lei è un ologramma” affermò la ragazza riaprendo gli occhi e ritraendo la mano dall’interno dell’inconsistente torace del facente funzione di medico. “Precisamente”. Nella mente del cadetto iniziò a prendere forma un’idea che avrebbe dato un senso ad ogni stranezza fino ad allora riscontrata sull’astronave. “Anche il resto dell’equipaggio è olografico”. Sul viso dell’ologramma comparve un espressione di fiera soddisfazione. “Di nuovo, precisamente. La Avalon è una nave sperimentale. E’ la prima nave dotata di un equipaggio totalmente olografico. Fatta eccezione, ovviamente, per gli ufficiali superiori e qualche altro caso come il suo”. Il medico prelevò alla ragazza dei piccoli campioni di epidermide e sangue. Quindi la fece posizionare per pochi secondi sotto una specie lampada circolare dal diametro di due metri, che produceva una fascio luminoso di colore arancio brillante che avvolse completamente il cadetto. Diversamente da quanto ci si poteva aspettare, il fascio luminoso dava una sensazione di freddo ed era quasi denso come l’acqua, ma era del tutto impalpabile. Quando la luce si spense il medico disse: “Perfetto, ora le analisi sono complete come da protocollo. Con lei ho finito”. “Grazie” concluse Varek, lieta di poter lasciare quel luogo e soprattutto quel coso. Non solo doveva avere a che fare con computer parlanti, ma anche con dottori giocattolo! Abituarsi sarebbe stata dura. Senza curarsi più di lui Eris lasciò l’infermeria e mentre le porte si richiudevano l’ologramma gridò: “Comunque io mi chiamo Alberto, molto piacere!”
Nonostante fosse molto ansiosa di visitare l’astrometria, Varek scese in sala macchine per presentarsi al Tenente Alekim ed avere qualche informazione in più sul compito che le era stato assegnato. La sala macchina aveva la tipica forma circolare, tutto ruotava attorno nucleo di curvatura che si ergeva maestoso come una sacra stele nel bel mezzo della sala. Varek notò come, anche in questa sezione della nave, nonostante tutto all’apparenza potesse risultare normale, in realtà non lo era. Attorno al nucleo di curvatura, distribuiti a distanze regolari, c’erano dei grossi anelli entro i quali si muoveva e rimescolava del plasma rosso carminio, come il sangue degli umani. Lo spettacolo era davvero interessante, la curiosità da scienziata del cadetto stava iniziando a bruciare per la brama di sapere. Sentendo che quell’emozione cominciava ad accelerare i suoi bioritmi, Eris si sforzò di distrarsi e di concentrarsi sul motivo per cui era lì. La vulcaniana non volle rivolgersi a nessuno dei presenti per trovare l’ingegnere capo. Di incontro con un ologramma gliene era bastato uno. Dopo alcuni istanti di attenta osservazione Varek, a cui il computer aveva confermato lì la presenza del Tenente, non avendola vista da nessuna parte, suppose che potessero appartenere proprio a lei i piedi che spuntavano da sotto una delle console della stanza. “Cadetto Eris Varek a rapporto, Tenente”. “Oh, benissimo! Mi passi quel selezionatore isotopico” rispose il Tenente indicandole col piede un componente metallico di forma cilindrica, non più lungo di trenta centimetri e con profonde scanalature longitudinali, posto a terra in una valigetta aperta alla destra del pannello di controllo. Varek eseguì l’ordine e, chinandosi per porgere l’oggetto al suo superiore, ebbe modo di vedere solo una sagoma scura che si districava tra cavi e congegni. Ci vollero alcuni minuti prima che la donna, vincesse quella che, in base ad alcune espressioni colorite, doveva essere una vera battaglia tra un essere vivente ed uno tecnologico decisamente troppo ostinato. “Vittoria” disse sospirando soddisfatta il Tenente sbucando dalla console e rimettendosi in piedi sgranchendosi un po’. L’ingegnere rimise al suo posto il pannello di copertura della console e con uno stanco, ma cordiale sorriso si rivolse al Cadetto. “E’ tutta la notte che ci lavoro, ma questa volta dovrebbe funzionare”. Raccolti tutti i propri strumenti e riposti con ordine nella valigetta degli attrezzi, il Tenente fece cenno al cadetto di seguirla. “Innanzi tutto, ben venuta” “Grazie” Le due donne si fermarono alla postazione di controllo principale delle funzioni del nucleo. “Il Comandante Nolan mi ha informata della missione che le è stata affidata” iniziò la bajoriana prendendo a digitare comandi e a valutare i dati di risposta. “Mi sono presa la briga di radunarle in un file tutte le informazioni di cui potrebbe aver bisogno, soprattutto quelle riguardanti Kandrek. Ad alcune, a mio avviso importanti, da sola non avrebbe avuto accesso senza le autorizzazioni di livello superiore necessarie” la piccola bajoriana dai corti capelli scuri si recò rapidamente ad un’altra postazione ed Eris la seguì prontamente. “Partiremo domani mattina alle 6.00. Si presenti puntuale all’hangar navette tre. Studi attentamente le informazioni che le ho raccolto” Alekim, sempre più indaffarata si stava già rispostando nuovamente verso un'altra console “e se avrà delle domande sarò felice di darle delle spiegazioni”. Alekim, totalmente assorbita dal proprio lavoro, stava impartendo le ultime indicazioni al suo piccolo esercito olografico e quando tutto fu pronto diede l’ordine finale: “Computer, iniziare il test cronodistanziometrico!” Eris lasciò la sala macchine per dirigersi finalmente alla propria postazione. Quando mise piede in astrometria sentì di aver raggiunto un piccolo angolo di paradiso. A differenza di tutti i locali in cui era stata, l’astrometria era deserta. Neanche la traccia energetica di un ologramma. Per prima cosa la vulcaniana prese confidenza con le strumentazioni e coi programmi di cui era dotato il computer. Quindi si mise subito a leggere i dati che le aveva messo a disposizione il Tenente Alekim. Preso atto del contenuto, decise che, prima fare qualsiasi altra cosa, si sarebbe ritagliata due ore per meditare e riprendere il pieno controllo di sé. Alekim aveva fornito al cadetto una visione chiara ed esaustiva del quadro generale. La U.S.S. Avalon non era solo una nave sperimentale ed esplorativa, ma apparteneva anche alla sezione di indagini temporali della Flotta. Ma soprattutto, com’era possibile che un tipo come Kandrek di Karn facesse parte della Flotta Stellare? La meditazione rimise in sesto il cadetto, che trascorse l’intera giornata facendo i preparativi per il giorno seguente. Studiò attentamente i file su Kandrek e tutto quanto era bene sapere recandosi su Risa.
Il mattino seguente, all’ora stabilita Varek si presentò alla stiva di carico tre, trovandovi l’infaticabile tenente Alekim Iki che terminava gli ultimi controlli sulla navetta. “Buon giorno tenente” “Buon giorno a lei, non è una meraviglia?” disse il tenente eccitata indicando la navetta su cui avrebbero viaggiato. “Questa non è una navetta normale, è la Event Horizon. E’ la navetta personale del Comandante Nolan, ci da il permesso di usarla vista la natura delle nostre missioni. E’ il mezzo più solido e versatile di quelli che ha in dotazione la Avalon”. La Event Horizon aveva una linea snella ed affusolata, lo scafo era di un bianco brillante con una banda nera lungo i lati. La navetta era stata concepita per essere rapida nello spazio aperto, consentendo viaggi anche su notevoli distanze e con un aerodinamica atta ad agili manovre anche nelle atmosfere planetarie. Tutto armonizzato da un’estetica chiaramente retrò. “Non perdiamo altro tempo, Risa ci aspetta!”. Il tenente Alekim salì subito a bordo seguita a ruota dal cadetto.
Entrando nell’ufficio del capitano, Nolan trovò Drake in piedi a braccia conserte intento a scrutare lo spazio siderale. Un attimo prima il Comandante aveva accordato al Tenente Alekim il permesso di partire ed ora i due uomini osservavano la Event Horizon entrare in curvatura. “Non ti preoccupare - disse sicuro Nolan - il Tenente è in gamba e ben preparata. Segue questo caso da più di un mese, lo porterà a termine senza problemi, vedrai”. Il capitano Drake annuì massaggiandosi il pizzetto scuro. “Lo so, non è per il Tenente che mi preoccupo. Mi chiedo se riportare Kandrek a bordo, come primo incarico non sia eccessivo. Credi che ce la farà?” Nolan non rispose, ma, scrutando le stelle ed il nero profondo attorno ad esse, ebbe l’ormai consueta sensazione che l’universo e gli eventi in atto in esso per quanto potessero venir esplorati in lungo, in largo e nel tempo, avrebbero riservato sempre qualche piccolo angolo ignoto. E la conclusione di questa missione era uno di quelli. fine prima parte... |
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| di Ilenia Bresciani | ||||
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Ultimo Aggiornamento: 02-11-2008
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